sabato, luglio 08, 2006
Quotidianamente, dal bagnasciuga di quest' isola su cui riposano i relitti delle aspettative naufragate, affidiamo alle maree della rete piccole bottiglie elettroniche contenenti i nostri appelli, le nostre ansie, i nostri progetti per il futuro.
Chiusi in un sistema autoreferenziale preghiamo una zattera che ci traghetti verso la terra promessa: quella frontiera che distinguiamo nitidamente all'orizzonte, a poche leghe da qui.
Intanto il mondo sotto i nostri piedi continua a pulsare con il suo ritmo regolare, battito dopo battito, shuttle dopo shuttle, scandalo dopo scandalo.
Siamo noi le "nuove generazioni", dicono alcuni; quelle che hanno ereditato il nuovo mondo, quelle a cui è stato lasciato in dono un paese "normale", che conta, che ha chiuso nei cassetti canforati le vesti generose dei contadini, oramai dismesse, per indossare il fresco di lana e la seta, rigorosamente su misura.
La televisione non mente mai! Questo dicono, altri.
Eppure, a guardarle dal vivo, non mi sembra che le cose siano proprio come ce le raccontano, a mezzo busto, dai quattro terzi.
Se la memoria non mi inganna, gli anni ottanta ci portarono un nuovo sound, i paninari, il cantautore nero che cantava come un nero ma sognava di essere bianco, i jeans corti, i cartoni animati giapponesi. E mentre noi crescevamo, girella dopo girella, il paese affondava sotto i colpi dell'alta finanza. Coloro che, scampati alla miseria della guerra, erano approdati al porto sicuro della laurea occupavano lentamente ogni posto disponibile, curando di chiudere, scrupolosamente, ogni porta alle proprie spalle. Se i miei ricordi non sono troppo confusi, non siamo stati noi ad introdurre il metodo della cooptazione o a decidere il prezzo della tangente.
Non siamo fuggiti noi, da latitanti, con la borsa gonfia di danaro sporco, verso la esotica Tunisia.
Non siamo stati noi a vendere le professioni ed i titoli al banco del miglior offerente.
Eppure eccoci qui. Generazioni innocenti, ferme su quest'isola, ad attendere che una mano cali dal cielo per volare al di là del confine. A sperare che, per graziosa concessione, anche, di coloro che hanno fatto del nostro paese un alcova per maiali, ci venga infine consegnato il nullaosta per il nostro futuro ("ne sia degno", ci ammoniscono).
Sapete, c'è una cosa che invece ricordo bene, anzi benissimo e sono certo che ciascuno di voi conserva nell'album più prezioso della propria memoria ricordi analoghi: in tutti questi anni la mia famiglia si è sacrificata per permettermi di arrivare su questa battigia umida. Mi hanno insegnato che bisogna lavorare onestamente per raggiungere gli obiettivi e che bisogna guardare il prossimo dritto negli occhi.
Oggi, che sono un ometto di ventinove anni ed ho lavorato a sufficienza per ottenere un pezzo di carta, ho scoperto il segreto di Pulcinella: il pezzo di carta non basta più. Serve un master, serve la formazione. Trionfino i titoli, signori e signore! La meritocrazia è morta e con essa la deontologia: ne hanno dato il triste annuncio i valori, oramai orfani. Il paese è in crisi e tutti, me per primo, temiamo di perdere la nostra pentola dell'oro, per piccola che sia.
Allora le mie idee si confondono. Mi disoriento. Una domanda, insidiosa, si fa strada nella mia testa, ronzandomi nelle orecchie: come mai, nel resto del mondo, un giovane virgulto come me è considerato "vecchio" per il mercato del lavoro?
Il cambiamento comporta inevitabilmente un po' di apprensione. La storia è fatta di lunghi periodi e di piccoli, grandi, traguardi. In questi anni coloro che hanno imbiancato il proprio lessico, chiamandoci "giovanidoggi", hanno preteso di farsi portavoce delle nostre preferenze. Hanno deciso cosa ci piace e cosa ci spaventa. Hanno deciso che c'è bisogno di chiudere gli ordini professionali e, magari, di complicare ulteriormente la selezione all'ingresso. Questi signori, con le teste canute, hanno commesso un errore marchiano: hanno preso decisioni fondamentali per le nostre vite senza consultarci.
Oggi, in drammatico ritardo, si è riscoperto il valore della concorrenza. La concorrenza, benché necessaria, non è tuttavia condizione sufficiente perché una società torni a crescere. Bisogna essere coraggiosi, bisogna saper lasciare il passo a chi è in grado di tirare la volata. Bisogna che chi è in grado di tirare la volata lo faccia con coraggio, superando senza soggezione coloro che si oppongono disperatamente alle dinamiche naturali della crescita della società pur di non abbandonare la poltrona, a lungo, usata.
Sarà l'umidità torrida dell'estate romana, sarà lo stress a lungo accumulato, sarà...
E se, invece, decidessimo di provare, a cambiare qualcosa? Io tiro il sasso e tendo la mano, voi?
Infondo, come recita il libro Baolian: "Se i tempi non richiedono la tua parte migliore, inventa altri tempi" (S. Benni, Baol).
sabato, dicembre 06, 2003
"La vedi nel cielo quell'alta pressione? La senti una strana stagione?
Ma la notte la nebbia ti dice d'un fiato che il dio dell'inverno è
arrivato.
Lo senti un aereo che porta lontano? Lo senti quel suono di un piano
di un Mozart stonato che prova e riprova ma il senso del vero non trova?
Lo senti il perché di cortili bagnati, di auto a morire nei prati,
la pallida linea di vecchie ferite, di lettere ormai non spedite?
Lo vedi il rumore di favole spente? Lo sai che non siamo più niente?
Non siamo un aereo né un piano stonato, stagione,cortile od un prato
Conosci l'odore di strade deserte che portano a vecchie scoperte,
a nafta,telai,ciminiere corrose, a periferie misteriose,
a rotaie implacabili per nessun dove, a letti,a brandine,ad alcove?
Lo sai che colore han le nuvole basse, e i sedili di un'ex terza classe,
l'angoscia che dà una pianura infinita? Hai voglia di me e della vita,
di un giorno qualunque,di una sponda brulla? Lo sai che non siamo più
nulla?
Non siamo una strada né malinconia, un treno o una periferia,
non siamo scoperta né sponda sfiorita, non siamo né un giorno né vita
Non siamo la polvere di un angolo tetro né un sasso tirato in un vetro,
lo schiocco del sole in un campo di grano, non siamo, non siamo, non
siamo.
Si fa a strisce il cielo e quell'alta pressione è un film di seconda
visione,
è l'urlo di sempre che dice pian piano: non siamo, non siamo, non siamo"
Eccessi di umore, questo leggo in te, un continuo alternarsi di aure rosa in vortici di grigio che tradisce una freschezza giovanlie mal celata. Siamo viaggiatori sulla via della seta, portiamo con noi tutto l'occorrente, portiamo con noi occhi sempre nuovi per Vedere, non per guardare. Soffermati un istante, qui al mio fianco, e osserva il caleidoscopico muoversi di tutte le cose. Siamo le tessere colorate di un mosaico, forse, o forse siamo un mosaico di tessere colorate? Tutto, intorno a noi, è vita. Tutto, dentro di noi, è vita. Tu ami, amico mio? Io amo. Amo il bianco dello zucchero filato, l'odore acre degli autobus al capolinea, l'amaro del caffè bollente. Tu Credi, amico mio? Io Credo. Credo nel bello che è unico in ogni vita, nei sentieri della mente umana, nel moto ondivago della Vita, nel misterioso avvicendarsi dell' Alfa e dell' Omega. Esiste un finale perché possa darsi un inizio: Non siamo una strada né malinconia, un treno o una periferia, non siamo scoperta né sponda sfiorita, non siamo né un giorno né vita...
venerdì, novembre 21, 2003
Il fluire del tempo. Puoi sentire il silenzioso fluire del tempo? Resto immobile, seduto sul legno antico di questa panca, ed osservo le pareti umide di questa cantina. Quale il fiume che, giunto infine alla propria foce, si confonde con il salmastro dell'acqua marina, così io resto, immobile in costante movimento, mentre ascolto il silenzioso fluire del tempo interiore. La Legge naturale è inesorabile, ignora Pietà e deride Preghiera, nel tempo si confonde confondendosi con il tempo. La Legge morale è mutevole, lunatica come l'acqua di Marzo, scongiura con il suo castigo ogni benigno dardo di sole. La Legge civile è funzionale, quanto la regola religiosa, informa l'agire sociale e dall'agire sociale è informata. Quale l'acqua del fiume che, giunta infine alla propria foce, confondendosi con il salmastro, evapora per essere Pioggia, così il presente prega un futuro per essere Tempo: "Se lo spirito dovesse ripensare il passato, basterebbe percepire un sentimento per pensare ad esso e per pensare poi al pensiero e poi al pensiero del pensiero, e così all'infinito" (Leibniz, Nuovi saggi sull'intelletto umano).
sabato, novembre 15, 2003
Ebbene eccomi. Ho preso tempo, il tempo necessario per riflettere... Ecco il rumore, il rumore metallico, il rumore del pistone nel cilindro. Una nuvola di fumo, lo stridere dei freni, il cigolio dei giunti metallici, il prodigio: la machhina a vapore. Si radunava sempre una piccola folla, stava li con il naso sospeso verso l'orizzonte, ad attendere l'epifania del dio metallico. Le giovani ragazze salutavano la ciminiera del locomotore sventolando i loro foulard mentre i vecchi sputavano, distrattamente, in terra maledicendo il progresso. Si radunava sempre una piccola folla ad attendere la "freccia del sud": settantametri di ferro smaltato, la sua lunghezza; settantachilometri di purissima "potenza", la sua velocità; settantasecondi di stupore, il suo passaggio lungo il ponte stretto della stazione. Non si sapeva con esattezza da dove venisse né, tantomeno, dove fosse diretto. La "freccia del sud", puntuale come una cometa, appariva ogni giorno, alla stessa ora, sul nonluogo di confine della massicciata. Qualcuno spergiurava che fosse il Demonio in persona a condurre il convoglio, qualcuno gli credeva. Qualcuno diceva che il treno stesso fosse Dio.
" Nel suo profondo vidi che s'interna legato con amore in un volume, ciò che per l'universo si squaderna: sustanze e accidenti e lor costume, quasi conflati insieme, per tal modo che ciò ch'i' dico è un semplice lume..."
domenica, ottobre 19, 2003
Mio caro amico sono sinceramente allietato da questo scambio che va, pian piano, assumendo forma epistolare. Sono certo che saprai perdonare la licenza che mi prendo scrivendoti queste righe, consapevole e fortemente ammirato dalla fine intelligenza del mio interlocutore.
Rifletto riguardo a quanto mi hai comunicato con la tua ultima missiva. Rifletto ed un'urgenza si fa strada, balenando tra i miei pensieri, un'urgenza che manifestandosi è già domanda. Sarei lieto se tu volessi rispondere a quanto vengo a chiederti tuttavia voglio che tu sappia che accetterei, con il medesimo piacere e con piena comprensione, il tuo eventuale riserbo. E' importante per me, al fine di assecondare al meglio il fluire del nostro discorrere, comprendere più in profondità le istanze comunicative che mi manifesti. In tal senso ti confesso quella che è, allo stato dei fatti, nulla in più di una sensazione, la sensazione che tu sia convinto di aver perso qualcosa lungo il cammino che ti ha condotto alla mia cantina. Su questo argomento mi soffermerò, sperando di non aver seguito un sentiero di troppo divergente dalla via maestra.
Non credo, per atto di fede, nel mito di Tuke, per quanto ne subisca l'indiscusso fascino. La datità del copione, il pretesto di un Destino da scopire sono, a mio avviso, risposte Umane all'ancestrale paura dell'ignoto. Cosa hanno in comune la paura del buio, l'Uomo nero, la paura di crescere, la paura di dimenticare e di essere dimenticati, la fede nella Vita ultraterrena? Esistono la scintilla e l'intuizione del momento, l'emozione e l'arbitiro: queste le maniglie che d'intuito sembrano diverse da altre. Esiste una continua contrapposizione tra Tuke ed Ananke e sottile è la linea che ne delimita i rispettivi Regni. Siamo come pendoli, oscilliamo incerti tra il "destino" e la "necessità", qualcuno potrebbe dire. Credo nell'oscillazione, credo anche che ogni leva poggi salda su di un punto e quel punto è il nostro Io. Alle volte mi piace passeggiare lungo i sentieri del mio giardino mnestico, riscoprire l'aroma dell'eucalipto ed il gusto dell'acqua sorgiva. E' costantemente in espansione il mio giardino. Il mio giardino custodisce le mie radici. Il mio giardino è la mia vita.
Nulla si perde nel gioco della Vita. Rimane tutto li, nelle aiuole, a replicare le leggi Naturali della Vita fecondando la terra per accogliere nuove gemme.
Mi piace augurarti una felice notte, amico mio, leggendo insieme queste righe scritte da un uomo e, pertanto, apparenenti all'Umanità intera:
"Un uomo è la soria dei suoi respiri e pensieri, azioni, atomi e ferite, amori, indifferenze e antipatie; nonché della sua razza e nazione, del suolo che ha nutrito lui e i suoi avi, di pietre e sabbia dei suoi luoghi familiari, battaglie spente da tempo e conflitti di coscienza, di sorrisi di fanciulle e lento discorrere di vecchie, degli accidenti e dell'agire graduale della legge inesorabile, di tutto questo e altro ancora, una singola fiamma che obbedisce in tutto alle leggi che regolano il Fuoco stesso, e tuttavia è accesa e smorzata da un istante all'altro, e non può più essere riaccesa per tutti i secoli a venire."
Antonia S. Byatt, Possessione.
giovedì, ottobre 16, 2003
Un mosaico, un susseguirsi di piccole tessere da soppesare.
Forse un treno, un lunghissimo treno composto da piccoli vagoni, un coloratissimo trenino elettrico. Un susseguirsi di presente che inseguendosi come un'onda frange ed è passato. Una catena di anelli così lunga da sembrare infinita. Un labirinto di porte che danno su porte. Il futuro... Il futuro è oggi, è adesso e adesso e adesso. Il futuro è sempre o non è mai, è una linea di confine distante il tempo di un respiro. Il futuro è l'Idea stessa del Domani, semplice tocco di magia per confondere il tempo. C'è sempre un "prima" a definire il "dopo", c'è sempre un equilibrio prima di una caduta, ed è proprio l'oggi, che morendo nasce in un solo istante, a ricordarci che tra la notte ed il giorno la differenza è nel punto di vista. Apri gli occhi, amico mio, non temere! Non sarà insolenza a farci perdere di vista l'Essenziale. Sospesi tra la notte ed il giorno, padroni indiscussi del "punto di vista", abbiamo nelle nostre mani il passato, il presente ed il futuro, unico tesoro custodito nella nostra pentola dell'arcobaleno. Fai un respiro profondo e poi liberati dalle righe e dagli spazi dello spartito come fossi Musica e quando Musica suonerà il tempo acquisterà un nuovo Senso.
martedì, ottobre 14, 2003
Guarda laggiù verso l'orizzonte. Sposta lentamente i tuoi occhi o verrai colto dalle vertigini. Non temere l'altezza, siamo al sicuro in questa cantina, e poi vedi bene anche tu quella piccola cremagliera che sbuffando s'inerpica lungo il fianco frastagliato di questa montagna. Non temere ma guarda laggiù, in basso, verso l'orizzonte: puoi vedere il sole tramontare e sorgere allo stesso tempo? E chi l'avrebbe mai detto? E chi se lo aspettava? Non temere siamo in alto, molto in alto. Osserva il lento incedere delle nubi: ecco la capra e poi il leone, la scarpa ed il martello. Osserva con entrambi gli occhi: quello della fantasia e quello della pazienza. Lascia che la fretta scivoli via dal tuo corpo, colma di rabbiosa invidia. Sciogliamo insieme l'incantesimo del tempo e proviamo ad addomesticarlo, a renderlo docile alle nostre esigenze. Osserva l'orrizzonte senza timore, non c'è necessità alcuna di trovare un punto di riferimento, amico mio. Siamo nel bel mezzo del mare, o del cielo, o del deserto, cosa importa? Non esiste un solo senso per orientarsi e non sarà di certo l'illusione della suadente fatamorgana ad indicarci la via. Lascia che il tuo Io perda di vista, per un istante, il punto di riferimento. Siamo qui seduti l'uno al fianco dell'altro, nell'aria percepisco l'odore di stoffa asciutta che dalla tua pelle promana, un odore che è già fisicità, una fisicità che è già presenza. Lascia che il tuo sguardo ricomprenda l'orizzonte fino a divenire l'orizzonte stesso, lascia che spazi libero e dimmi, amico mio, se lo puoi, se lo vuoi, che cosa Senti... .
giovedì, ottobre 09, 2003
Il desco è approntato. Siedi pure, te ne prego, a godere del vino e del pane. Siedi pure qui con me al fresco di questa cantina. Non curarti del rumore aspro del ferro che dalla massicciata qui accanto sferraglia ritmatamente, è solo una musica di sottofondo, solamente il suono del treno a vapore, il treno a vapore diretto verso il possibile.
Parlavamo della paura, parlavamo dell'Ignoto, parlavamo. E' come lanciare una moneta e ritrovarla immobile in perfetto equilibrio tra la "testa" e la "croce", come estrarre a caso le regole del gioco da un mazzo di carte ancora inamidate. E' stupore, è sospensione... sospensione... sospensione. L'attimo immortalato nell'istantanea. Scatti casuali, nente che possa meritare l'onore di un album fotografico. Scatto meccanico di otturatore, palpebra che si contrae involontariamente, retina fotosensibile che si impressiona in funzione della quantità di luce: un battito d'ali di farfalla nel mezzo di un oceano può davvero provocare lontane tempeste?
Forse che, alle volte, non capita anche a te di avvertire il bisogno fisico di tornare in quei posti dove il tempo corre lento, dove c'è ancora una stazione presidiata da piccoli, rumorosi tavoli di un bar. Respirare aria salmastra e densa, consumare cene contadine insaporite dalla lenta saggezza della fiamma?
"Qui la gente va veloce ed il tempo corre piano come un treno dentro una galleria, tra due giorni è Natale e non va bene e non va male, buuona notte torna presto e così sia".
mercoledì, settembre 10, 2003
"il pensiero in movimento sull'equilibrio della ragione, l'equivoco nella sfumatura del suono imperfetto... raccogli te stesso nella scelta del significato: sei tu che dai il nome alle cose, sei tu che scegli di dire. Ci vuole coraggio di fronte all'ignoto"
Questo disse e non altro... . Seguì un momento di interdizione, una lunga pausa breve del pensiero
Il signor Sonqui avvertiva oramai l'allentarsi gentile della tensione dovuto ai dolci profumi del vino; distolse lo sguardo per un istante inseguendo il ronzio di una zanzara autunnale, poi chiese all'interlocutore...
- Orbene parlatemi, ve ne prego, dell'Ignoto. Ma sappiate che fino ad ora son certo di averlo scorto solamente nei sogni mai sognati, in quei sogni di cui al risveglio ho perso ahimè ogni memoria. Piuttosto, ditemi, non vi è forse mai capitato di essere sicuro di aver sognato nel vostro sonno un sogno che tuttavia sii è maliziosamente dissolto al primo cantare del gallo? Ditemi, ve ne prego, l'Ignoto non è definibile come ciò che è Non Ancora Noto? Dunaque conoscendo il Noto si può conoscere l'Ignoto? O forse è proprio la conoscenza a rendere Noto il Noto e con esso ciò che un tempo era all'opposto Ignoto? La seconda ipotesi mi appare ben più corrispondere alla realtà delle cose di quanto non mi appaia la prima. Tuttavia, posto che la Realtà delle Cose esiste se e per come la si conosce, posto che il "conoscere" in quanto "azione" prevede necessariamente un Io che sia "attore", potrei con semplicità concludere che la Realtà delle Cose non esiste, quantomeno per chi pretenda di darne una definizione oggettiva. Tuttavia, vi domando ancora, se è possibile definire ciò che non è tuttavia Noto. -
L'attenzione del signor Sonqui fu catturata ancora una volta dal ronzio dispettoso della zanzara autunnale poi, come il sole dopo il temporale estivo, bevve ancora un sorso generoso di nettare tornando all'interlocutore
- E' forse il rosso della vostra giubba più rosso rispetto al rosso della mia? O è altresì il rosso della mia giubba più rosso del rosso della vostra? Ad onor del vero io stesso non saprei come sciogliere tale nodo... . Ma non è forse più vero, a questo punto, quel che avevo appena dichiarato, ossia che la conoscenza definisce il Noto? Dunque ciò che non è soggettivamente definito non è noto. Dunque ciò che non è definito non E'. Perdonatemi la confusione mio paziente interlocutore, perdonatemi se abuso ulteriormente del vostro tempo, ma avrei da rivolgervi un'ultima domanda... :
L'Interlcutore rimase immobile, al suo posto, ad ascoltare fino a quando il signor Sonqui scivolò nel sonno. Al suo risveglio "L'Appeso" era ancora girato davanti al mazzo, accanto alla bottiglia vuota, sul legno poroso di mogano stagionato.
Il signor Sonqui rimase ad osservare la carta dei Tarocchi cercando disperatamente di ricordare come e perchè fosse finita proprio davanti al mazzo riposto ordinatamente, come sempre, sul tavolo.
A questa domanda, come già successo nel passato e come sarebbe successo di tanto in tanto nei giorni a venire, il signor Sonqui non seppe dare risposta. Sorrise al sole del mattino, sistemò la carta nel mazzo e con movimenti lenti si avviò verso l'aroma del caffè... nella sua mano una bottiglia vuota.
Grazie.
domenica, settembre 07, 2003
il passaggio non era dei più agevoli, virare con audacia sulla diminuita per risolvere l'ultima battuta...
la tonalità? Minore, A minore.
La comunicazione appesa ad un filo, sempre ad un passo dall'equivoco. Equilibrismo, si trattava come sempre di risolvere in pochi istanti. Il passaggio non era dei più semplici, non lo era mai stato, la mano traduceva il pensiero in movimenti, movimenti che erano note, note che erano comunicazione.
Un respiro profondo, il trascorrere del tempo che si arrende alla sospensione del E7...
La scelta era oramai cosa viva, il "detto" era oramai cristallizzato nel "già detto", il passaggio non era dei più agevoli... .